di Alessandro Santini
Dal 15 settembre la Biblioteca Marucelliana è nuovamente aperta al pubblico, con i consueti orari e servizi. Riapre anche il suo piccolo giardino, accessibile ai lettori, arredato con tavoli, sedie e ombrelloni: un hortus conclusus relitto dei giardini nascosti sul retro dei palazzi di via San Gallo e via Cavour, l’antica via Larga, e confinante con quello che un tempo era il monastero domenicano femminile di Santa Caterina da Siena, oggi Comando militare Toscana dell’ Esercito.
Fra quattro svettanti cipressi, un agrifoglio e una bordura di ortensie, rose e camelie, nell’aria settembrina si spande dolcissimo il profumo di due alberelli di osmanto in fiore: osmanthus fragrans, osmanto odoroso (dal greco ὀσμή= odore, profumo; ἄνθος= fiore), noto anche come olea fragrans, ulivo odoroso. I suoi piccoli fiori tra il bianco e il giallo chiaro emanano una fragranza unica, suadente e fruttata che, al pari di quella primaverile del glicine, fa parte della “memoria olfattiva” dei fiorentini, ad annunciare la fine dell’estate e l’autunno incipiente.

In me personalmente, ad esempio, il profumo dell’osmanto, soprattutto quando mi coglie inaspettato per strada proveniente da chissà dove, fa l’effetto della “madeleine di Proust”, risvegliandomi ricordi e sensazioni dei primi giorni delle Elementari, quando il cortile della scuola si riempiva di quell’aroma fascinoso.
L’osmanto odoroso, originario dell’Estremo Oriente, si diffuse a Firenze nella prima metà dell’Ottocento. Leggiamo dal “Bullettino della Società Toscana di Orticultura” degli anni 1876 e 1899:
“A chi percorra in questi giorni (settembre 1876) la via dei Serragli, la via dei Servi e molte altre strade della nostra Firenze non può non aver recato gradita sorpresa un odore soavissimo che riempie l’aria e pare la faccia più respirabile e più pura. Ben diversi sono infatti gli effluvi che pur troppo siamo condannati a respirare in città. E quel profumo delicato non troppo forte da esser molesto emana dai minutissimi fiorellini di una pianta sorella del nostro comune Ulivo, l’Olea fragrans Thunb. (Osmanthus fragrans Lour.) che è nativa del Giappone e della China. Questa pianta è ormai troppo conosciuta da tutti per darne qui una descrizione, ma ci pare invece opportuno di aggiungere alcune notizie forse meno note sulla medesima. La introduzione di questa Olea fra noi crediamo che risalga a circa 40 anni fa e nei Giardini di Firenze se ne vedono infatti dei grossissimi individui di 8 e 10 metri di altezza che non possono aver meno di codesta età. Per quanto sempreverde e quindi più esposta a risentire i danni della neve e del freddo l’Olea fragrans si può dire dotata di un grado di resistenza al freddo piuttosto maggiore dell’Ulivo comune e della Camelia sua compatriotta. A differenza di quest’ultima l’Olea vegeta ugualmente bene all’ombra, in luoghi scarsi di luce senza mai veder sole e in pieno mezzogiorno: non richiede, come comunemente si crede, il terriccio di castagno, ma prospera in qualunque buona terra ordinaria. (…) Si potrebbe trarre qualche partito dai numerosissimi fiori dell’Olea come sanno farlo i Chinesi e i Giapponesi che profumano con essi alcune qualità di Thé”. (anno I, 1876, pp. 273-274)
“Passando ora a parlare delle Olea ornamentali, prima di tutte merita speciale attenzione l’Olea fragrans Thunb. od Osmanthus fragrans Low. Originaria del Giappone, più albero che grande arbusto sempre verde, a fogliame grande come quello di un bellissimo Lauro ceraso, ma più lucide, più scure e vagamente e finamente dentate al margine, sopra ramificazioni fitte piuttosto gracili in modo da formare una chioma d’aspetto freschissimo ed elegante. Fiorisce in estate e in autunno con grappoli piccoli di piccolissimi fiori bianco-giallognoli di un profumo deliziosissimo, che si spande a distanza relativamente grande, di modo che se ne sente la fragranza spesso senza sapere di dove provenga e senza vederne la pianta da cui è emanata. Per tutti questi pregi l’Olea fragrans si è meritatamente guadagnato uno dei primi posti nei nostri giardini e nei nostri parchi, dove può vivere benissimo in piena terra purché in suolo convenientemente preparato e abbastanza sciolto e ricco di sostanze organiche ben macerate, e quindi ogni tanto concimate con ingrassi liquidi al piede.” (anno XXIV, 1899, p. 111)
Mi piace concludere questa piccola celebrazione dell’osmanto in fiore nel giardino della Marucelliana con una poesia, poco nota ma non priva di suggestione, intitolata L’Olea Fragrans. È una lirica giovanile di Emilio Cecchi (Firenze 1884-Roma 1966), scrittore e saggista, fra i più importanti critici d’arte e letteratura del Novecento. Scritta a Firenze nel settembre 1904, pubblicata su “Hermes” nel maggio dell’anno successivo (con un curioso refuso nel titolo: fragans senza “r”), è accompagnata da incisioni di A. De Karolis, Ch. Doudelet e, fuori testo, da una bella tavola di Giovanni Costetti: una figura muliebre dal titolo Olea Fragrans (BMF, 7.G.VIII.146).

Emilio Cecchi, appena ventenne, in rapporto con le riviste “Leonardo” e “Hermes”, in questa lirica riflette le suggestioni dannunziane del tempo, sia nella visione naturalistica e panica di fusione fra uomo e natura, sia nella lingua, dove appaiono anche echi danteschi. Solo un anno prima, nel 1903, D’Annunzio aveva dato alle stampe Maia, Elettra e Alcyone, i primi libri delle Laudi, che Cecchi avrà sicuramente letto. Non è difficile, infatti, cogliere qualche affinità con i modelli dannunziani, come La sera fiesolana e La pioggia nel pineto.
In diciassette strofe di endecasillabi, è la stessa Olea a parlare in prima persona, esempio di personificazione della natura: nei giorni della fioritura settembrina, i sentimenti di nostalgia per la terra, il vento e il mare nativi vengono placati e il cuor che mai non ebbe pace è rianimato grazie all’interazione amorosa con Gherti, onirica figura femminile che si riposa nell’ombra mia tranquilla ed odorosa.
La donna e l’olea fiorita si assomigliano, si toccano e si confondono: hanno lo stesso fiato soave e dolce, la sua bocca non sai com’ è tremante/ quand’uno ad uno i miei fiori ha baciato!, la chioma di entrambe non sai com’ è bella quando si scioglie, si mischia e s’intreccia, e n’ho colme le mani (di fiori) da versarli, se vuoi sui tuoi capelli!.
Ma la fioritura dell’Olea fragrans è effimera e il freddo si avvicina: Oh Gherti, vedi che trema la frasca,/ vedi Settembre con quanto languore/ si va rammaricando nel suo cuore:/ domani certo la prima acqua casca.// I tuoi labbri son come fior di pesco,/ ma i miei fiorelli son come la neve;/ Gherti, Gherti la mia giornata è breve,/ vedi, rabbrividisco al primo fresco!



Riferimenti bibliografici
E.O. Fenzi, Olea fragrans, “Bullettino della R. Società Toscana di Orticultura”, Anno I (1876), pp. 273-275
Raffaello Pecori, Olea fragrans, in La cultura dell’olivo in Italia, Firenze, 1891, pp. 79-81
G. Ugolini, Delle Olea, “Bullettino della R. Società Toscana di Orticultura”, Anno XXIV (1899), p. 110-112
Emilio Cecchi, Olea Fragrans, “Hermes”, n.7,maggio 1905, pp. 29-30, BMF, 7.G.VIII.156
Giuliana Simonti, Tre esperienze liriche di Emilio Cecchi, “forum italicum”, vol. V, n.3, settembre 1971, pp. 434-441 (L’Olea Fragrans è riedita a pp. 435-437)
Paolo Leoncini, Emilio Cecchi dal «Leonardo» alla «Voce», “Studi Novecenteschi”, vol. 3, no. 7, 1974, pp. 75–105 (in part. pp. 101-102).
Emilio Cecchi, Mostra bio-bibliografica, a cura di Roberto Fedi, Firenze 1979 (in part. p. 9)
Adele Dei, Cecchi poeta acerbo, “Paragone”, anno XXXII, n. 372, febbraio 1981, pp. 44-74 (in part. p. 1)
Rodolfo Macchioni Jodi, Emilio Cecchi, Mursia, Milano 1983 (in part. p. 32)
Paolo Orvieto, D’Annunzio o Croce. La critica in Italia dal 1900 al 1915, Roma 1988 (in part. p. 96)
Enrico Riccardo Orlando, Emilio Cecchi: i «Tarli» (1921-1923), Tesi di Dottorato, Dottorato di ricerca in Italianistica Ciclo XXIX, Anno di discussione 2017, Università Ca’ Foscari Venezia (in part. pp. 17, 327)