Luigi Pirandello, Enrico IV – CENTENARIO – Parte seconda

in figura una citazione da “L’uomo, la bestia e la virtù”, Atto I Scena III, Firenze, Bemporad, 1925, p.17, BMF.7.T.IV.301.5

 

di Vincenza Bordenca

Continua dalla prima parte:

Ma, ancor prima che i personaggi in carne e ossa… e maschera, “parlano” chiaro due altri protagonisti di ben altra natura: quelli che, nella didascalia iniziale, erano stati indicati come meri oggetti decorativi d’arredo: i due ritratti a olio moderni. Di essi era stata evidenziata, in sordina, come buttata lì a caso, la nota stridente della loro modernità in contrasto con il resto degli arredi.

In realtà, con grande arte teatrale,  Pirandello anticipava un elemento che, apparentemente insignificante, assume di battuta in battuta una centralità sempre maggiore, diventando chiave d’accesso per penetrare il mistero della tragedia.

La stonatura prima accennata, viene confermata dal nuovo arrivato:

BERTOLDO (guardando): […] Eh, mi sembra, scusate, prima di tutto una bella stonatura: due quadri moderni qua in mezzo a tutta questa rispettabile antichità.

Sono i ritratti di un uomo e di una donna, entrambi giovani, “camuffati in costume carnevalesco” nelle vesti di Enrico IV e di Matilde di Toscana, perché:

“ Circa vent’anni addietro, alcuni giovani signori e signore dell’aristocrazia pensarono di fare per loro diletto, in tempo di carnevale, una cavalcata in costume in una villa patrizia: ciascuno di quei signori s’era scelto un personaggio storico, […], da figurare con la sua dama accanto, […], sul cavallo bardato secondo i costumi dell’epoca. Uno di questi signori s’era scelto il personaggio di Enrico IV; e per rappresentarlo il meglio possibile, s’era dato la pena e il tormento d’uno studio intensissimo, minuzioso e preciso, che lo aveva per circa un mese ossessionato.[…]” (Luigi Pirandello, Lettera a Ruggero Ruggeri del 21 settembre 1921).

Durante la spensierata passeggiata a cavallo, il destriero di Enrico si era imbizzarrito: l’uomo era caduto, aveva battuto violentemente  la testa, e da allora era sempre stato per tutti Enrico IV imperatore di Germania.

BERTOLDO (fermandosi e guardando verso il ritratto alla parete): Aspettate! Non mi avete detto chi è quella lì. La moglie dell’Imperatore?

LANDOLFO: Quella è la sua più feroce nemica: Matilde, la marchesa di Toscana.

Forse è il caso di ricordare qui, seppur brevemente, i momenti cardine di ben più complessi fatti  storici, allo scopo di poter meglio comprendere i sentimenti e le emozioni dell’Enrico IV pirandelliano.

Figlio di Enrico III, Re di Germania e imperatore del Sacro romano impero (1050 – 1106) ancora bambino salì al trono (nell’anno 1056) sotto la reggenza della madre Agnese di Poitiers e degli arcivescovi di Colonia e soprattutto di quello di Brema, Adalberto.

Personaggi, questi, presenti, se non tutti in scena, sicuramente nella mente del protagonista della tragedia.

Nel 1065 Enrico, dichiarato maggiorenne e affrancandosi dall’ingerenza della Chiesa negli affari di stato, si adoperò con fermezza a ripristinare e consolidare il potere monarchico. Entrato così in conflitto con papa Gregorio VII, dette vita a quella passata alla storia come lotta per le investiture, e venne scomunicato (1076). La scomunica a un monarca scioglieva i sudditi da ogni vincolo di sudditanza: era dunque un evento che riguardava non soltanto l’aspetto spirituale/religioso, ma anche e soprattutto quello temporale.

L’imperatore si vide pertanto costretto a cercare una riconciliazione con la Chiesa  (i principi tedeschi gli avevano concesso appena un anno di tempo per rientrare nelle grazie del papa, pena la deposizione). Venne  per questo in Italia, a Canossa, dove il papa era ospite nel castello della marchesa Matilde, a cercarne il perdono.

Tornando al testo teatrale, muovendoci liberamente tra le sue pagine, al di là  della successione cronologica dei dialoghi, riportiamo qui di seguito dei passi dove si adombra la  tragedia, passata o imminente.

BERTOLDO: Ah, ho capito, quella che ospitò il Papa…

LANDOLFO: A Canossa, appunto!

LANDOLFO: Nascerà davvero la tragedia!

LANDOLFO: […] il nostro vestiario si presterebbe a fare una bellissima comparsa in una rappre­sentazione storica, a uso di quelle che piacciono tanto oggi nei teatri.[…]. E stoffa, oh, stoffa da cavarne non una ma parecchie tragedie, la storia di Enrico IV la offrirebbe davvero.

Quindi nell’opera non è rappresentata soltanto una tragedia, ma se ne adombrano altre. Quella di Enrico IV, con la T maiuscola, è circondata da altre piccole tragedie, quelle degli altri personaggi sulla scena: qui, quelle dei consiglieri e dei valletti, costretti a vestire anch’essi i panni antichi di 800 anni fa.

LANDOLFO: […] Mah! Tutti e quattro qua, e quei due disgraziati (indica i valletti) quando stanno ritti impalati ai piedi del trono, siamo… siamo così, […]. Siamo peggio dei veri consiglieri segreti di Enrico IV; […] non era una parte, era la loro vita, insomma; […] Noi altri, invece, siamo qua, vestiti così, in questa bellissima Corte… – per far che? niente… Come sei pupazzi appesi al muro, che aspettano qualcuno che li prenda e che li muova così o così e faccia dir loro qualche parola.

Bertoldo, l’ultimo arrivato, l’abbiamo visto vivere una doppia “tragedia”, comica questa: quella di aver davanti a sé due maschere, di credere di indossarne una del 1500, e scoprire invece che la sua maschera era un’altra, del secolo XI.

BERTOLDO: E hai detto niente! Come faccio io a rispondergli a tono, che mi son preparato per Enrico IV di Francia, e mi spunta, qua, ora, un Enrico IV di Germania? (Landolfo, Ordulfo, Arialdo tornano a ridere.)

 LANDOLFO: Ti legheremo i fili e ti metteremo in ordine, come il più adatto e compito dei fantocci. […]

Re e vassalli, padrone e servitori, accomunati da un’ unica sorte: l’impossibilità di vivere la propria vita vera, e il dover vestire i panni di qualcun altro, di indossare una maschera. E non fa differenza che sia una maschera voluta e scelta liberamente, o imposta dai capricci del fato.

E’ la sigla della impossibile e negata autenticità della vita. La maschera, simbolo per antonomasia del teatro, si pone quindi all’origine della tragedia dell’uomo moderno e dei diversi protagonisti delle pagine e delle scene dell’autore agrigentino. I “sei pupazzi appesi al muro” vuoti fantocci, altri non sono che ulteriori Sei personaggi in cerca d’autore 

Continua…

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