Luigi Pirandello, Enrico IV – CENTENARIO – Parte quarta

Marcello Mastroianni nei panni di Enrico IV nell’omonima pellicola di Marco Bellocchio del 1984

di Vincenza Bordenca

… continua dalla terza parte

Prima di affrontare il tema della follia di Enrico IV, torniamo brevemente a quella fotografia che vede ritratti insieme Luigi Pirandello (1867- 1936) e Albert Einstein (1879- 1955) in un ideale asse italo- germanico di due grandi dello scibile europeo, e mondiale, del XX secolo.

Avevamo suggerito un filo rosso che legava lo scrittore italiano al fisico tedesco e vale la pena, qui, chiarirne la valenza.

In quegli anni Albert Einstein, con la sua teoria della relatività, offriva una nuova e rivoluzionaria concezione del mondo, segnando la fine di tutte quelle certezze che, fino ad allora, avevano permesso una rappresentazione rigorosa e certa della realtà. Crollavano, uno dopo l’altro, tutti i punti cardine su cui erano ruotate sino a quel momento le conoscenze acquisite. Non erano più possibili una concezione, e quindi una rappresentazione univoche della realtà: quell’unica riconosciuta fino a quel momento come tale, diventava una serie di realtà possibili. Ma non soltanto.

Sempre negli stessi anni, in apparente polemica con Einstein, il filosofo francese Bergson (1859-1941), partendo dalle nuove teorie scientifiche, elaborava una metafisica in accordo con esse e andava oltre:

 

“…una volta ammessa la teoria della Relatività in quanto teoria fisica, la cosa non finisce qua. Resta da determinare il significato filosofico dei concetti da essa introdotti, resta da indagare sino a che non rinunci all’intuizione e sino a che punto vi rimanga legata. Resta da prendere in esame cosa è reale e cosa è convenzionale nei risultati cui giunge…”   (Discussione con Einstein 6 aprile 1922,  in Durata e simultaneità, a cura di F. Polidori Raffaello Cortina Editore, Milano 2004).

 

Bergson contrappone alla relatività del tempo fisico di Einstein un tempo soggettivo, interiore, continuo che è quello della nostra coscienza. Se nella scienza tutto diventava relativo, analogamente avveniva in filosofia: le rigide categorie di tempo e spazio diventavano altro, assumevano e assumono contorni sempre meno definiti e definibili, acquisendo una dimensione che è sempre meno esterna e che diviene sempre più intima, vissuta all’interno del personaggio.

E Freud (1856-1939) completava la dissoluzione della realtà con la sua psicoanalisi  e le teorie sulla frantumazione dell’Io: il periodo a cavallo dei secoli XIX e XX è ricco di nuovi studi e fecondo di nuovissime teorie che rivoluzionano e scompigliano quello che, fino ad allora, era stato il naturale ordine delle cose.

Così, se pure non abbiamo a disposizione fotografie che ritraggano insieme Pirandello e Freud o Pirandello e Bergson, pure, non possiamo prescindere da tutti gli  elementi culturali e nuove verità che emergono con grande fermento innovativo.

Ogni periodo storico e culturale ha i propri elementi peculiari, oggi diremmo le proprie vibrazioni, e gli spiriti più pronti, le menti più aperte, sulla stessa lunghezza d’onda, avvertono quegli stimoli nuovi che sono nell’aria, anche inconsapevolmente, e li sentono e li vivono elaborandoli in modo del tutto personale e autentico: in questo senso direi che ciascuno di noi è figlio del proprio tempo.

Pertanto, se è innegabile un humus comune, altrettanto innegabile è che Pirandello lo viva e percepisca in modo autonomo e lo elabori con grande originalità. (Anzi, vedremo che sarà proprio lo scrittore italiano ad aprire un nuovo capitolo nella letteratura italiana, europea e mondiale).

Per questo motivo, per meglio comprendere la profondità originale del suo pensiero e la sua poliedricità, così come la innovativa e prorompente “autonomia” dei suoi personaggi, occorre sì aver presente l’atmosfera culturale e umana in cui l’autore siciliano si muove e da cui prende le mosse, ma è necessario pure sottolinearne la personale e libera rielaborazione che, se non volutamente estetica, sistematica, sicuramente lo è nei  contenuti e nelle forme.

Secondo Cesare Musatti (1897- 1989), padre della psicoanalisi italiana, tutto il fermento innovativo avrebbe portato lo scrittore agrigentino a “ […] qualche cosa che – su basi artistiche, genialmente intuitive, talora anche per il gusto del paradosso – Pirandello si è guardato bene dallo sviluppare in forma sistematica facendone una dottrina, ma ha semplicemente usato per il nostro (e il suo) piacere, e per la fantasia di ognuno.” (contributo dal web, Cesare Musatti, La struttura della persona in Pirandello e la psicoanalisi, Pirandello, un autore freudiano che non ha mai letto Freud, in Leggere e scrivere, Mondadori Education).

Lo scienziato italiano afferma: “Io sono dunque uno psicologo, divenuto poi anche psicoanalista, formatosi nel periodo fra le due guerre. In quell’epoca, sul piano culturale, ed in ispecie in campo teatrale, l’opera artistica di Luigi Pirandello si presentava con un forte spicco sullo sfondo della piuttosto piatta cultura italiana. E anch’io, come molti altri, ne rimasi affascinato. Ma non affascinato soltanto, come può accadere di fronte a qualsiasi opera d’arte; anche turbato per le connessioni che non potevano sfuggirmi con quella che era la mia attività professionale e scientifica. Non potevo infatti non avvertire una certa parentela fra il modo come Pirandello presentava i suoi personaggi, e quegli argomenti specifici che io nel mio lavoro, sopra tutto come psicoanalista, andavo trovando o cercando.”

E ancora : “Volendo semplificare, posso dire che mentre leggevo o assistevo ai drammi di Pirandello mi pareva di respirare aria di psicoanalisi […]”. E prosegue: “Se la concezione dell’identità psicologica personale risale in definitiva ad Aristotele e ad ogni successiva idea di un’anima, sostanza semplice, stabile, supporto e sostegno di tutta intera la nostra vita, dove le contraddizioni sono dovute a fattori esteriori, i quali in realtà non intaccano la essenza della persona, dobbiamo dire che in Pirandello c’è l’intuizione che le basi stesse della psicologia tradizionale debbano essere abbandonate. […]”.

Mi sembra doveroso ricordare anche le obiezioni stesse dello scrittore, nette e decise. A chi lo intervistava nel 1922 e, interrogandolo circa la nuova concezione della realtà sottesa alla sua opera, la faceva derivare dalla teoria della relatività del fisico tedesco, Pirandello replicava con cortese fermezza e candida franchezza che i problemi dei suoi personaggi erano “ […] problemi […] unicamente miei, erano sorti spontanei nel mio spirito, si erano naturalmente imposti al mio pensiero. Solo dopo, quando i miei primi lavori apparvero, mi fu detto che quelli erano i problemi del tempo, che altri, come me, in quello stesso periodo si consumavano su di essi” ( intervista del 1922, in Epoca ).

 

Così il tema pirandelliano della follia e della fuga nell’irrazionale è di straordinaria modernità, (oltre che fatto dolorosamente legato alla esperienza umana di Pirandello uomo e marito). Le nuove percezioni e le nuove consapevolezze tolgono certezze: non soltanto l’uomo moderno non è più il creatore e dominatore del proprio destino, ma l’impossibilità di una realtà unica fa sì che tutto diventi incerto e possibile: la crisi dell’identità del soggetto e l’inconsistenza dell’Io (ciascuno di noi è uno, nessuno e centomila ), la sostanziale incomunicabilità degli esseri umani, diventano un dato di fatto, e l’uomo vive (e soffre) la solitudine e l’isolamento, l’alienazione. Inoltre le convenzioni sociali e i rigidi schemi della comunità umana se da una parte appaiono ferree gabbie che tengono prigioniero il soggetto, dall’altra, a uno sguardo più profondo, appaiono anch’esse prive di senso. Ecco allora che lo smarrimento della mente viene visto come quasi necessario rifugio da una realtà che sfugge al nostro controllo.

Così avviene anche in Enrico IV. Torniamo al testo teatrale e riprendiamone la lettura. Se i fattori contingenti della follia vanno cercati nell’avvenimento determinante, (la famigerata caduta da cavallo), e andando avanti nel testo scopriamo nelle dichiarazioni dei vari personaggi anche altri fattori (una peculiare stravaganza dell’uomo che lo ha reso quasi incline alla pazzia):

 

DOTTORE : Veniamo a noi, veniamo a noi! – Dunque, già  un po’ esaltato era, a quanto mi pare di aver compreso!

 

DONNA MATILDE : Era così, dottore. Un po’ strano, certo; ma perché ricco di vita: estroso!

 

BELCREDI : Non dico che simulasse l’esaltazione. Al contrario, anzi; s’esaltava spesso

veramente.

 

il motivo vero che sta alla base della pazzia di Enrico IV è quello di tutti i personaggi pirandelliani; l’Io soffre perché vede se stesso dall’esterno: può osservare le maschere che si sceglie di momento in momento, come pure quelle che, ora l’uno ora l’altro, gli attribuiscono a seconda di come lo percepiscono, e in queste maschere egli non sa riconoscersi. Belcredi continua infatti:

 

BELCREDI: Ma potrei giurare, dottore, che si vedeva subito, lui stesso, nell’atto della sua

esaltazione, ecco. […] Dico di più: sono certo che doveva soffrirne. Aveva, a volte, scatti di rabbia comicissimi contro se stesso!

 

Se dunque, nelle vicende della storia narrata, sono diverse le giustificazioni per la follia di Enrico IV, la spiegazione ultima e tragica è che la pazzia risulta essere l’unica possibilità di vita quando la realtà dentro e intorno a noi non è più contenibile in rigidi schemi, e deflagra in tante altre diverse e contrastanti realtà.

Ma cosa sono venuti a fare alla corte di Enrico IV Donna Matilde Spina, Belcredi, Di Nolli, la marchesina Frida e il dottore, venti anni dopo che tutto ebbe inizio?  Hanno un disegno ben preciso: la madre del marchese Di Nolli, sorella di Enrico IV, durante la sua ultima visita al fratello aveva avuta la sensazione, o il presentimento, che l’amato fratello desse segni di rinsavimento, e per questo sul proprio letto di morte aveva fatto giurare al figlio, il marchese Di Nolli, di far di tutto per aiutare lo zio affinché potesse rientrare finalmente in sé.

Così era stato chiamato il dottore. Lo psichiatra ne fa un caso clinico: appare molto interessato alla pazzia di Enrico e la vorrebbe scandagliare in tutte le sue componenti in modo altrettanto stravagante quanto lo è il suo paziente.

 

DOTTORE: Interessantissimo! Anche nelle cose il delirio che torna così[…]! Magnifico, sì, sì, magnifico! […] Ecco, sì. Vediamo di precisare bene, prima, alcuni punti. Questo suo ritratto, scusi , signora marchesa, come si trova qua? Lo regalò Lei, allora? […] Questo ritratto, dunque…

 

DONNA MATILDE: Oh, Dio, non credo, dottore, che ci si debba dare una soverchia importanza […]

 

DOTTORE: […] Un’altra cosa, un’altra cosa! L’idea della cavalcata venne a lui? […]

 

DI NOLLI ([…]): Scusi, dottore, è proprio necessario stabilire a chi venne l’idea?

 

Tragico e comico tornano a mescolarsi: la stravaganza del dottore spinta fino al ridicolo attenua la tragicità della follia: se non è possibile una visione ordinata e armonica della realtà, l’umorismo rende il mondo frantumato ai limiti dell’assurdo, del grottesco. In Pirandello tragico e comico finiscono necessariamente con il convivere, perchè solo la riflessione umoristica riesce a cogliere, rappresentandolo artisticamente, il carattere molteplice e contraddittorio, tragico della realtà.

 

Continua…

 

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